Da che sono emigrata qui e vado in spiaggia con i locali ho scoperto che le superstizioni che mi hanno inculcato da piccola sulle regole da seguire in spiaggia sono, appunto, superstizioni (o come mi dicono  ogni tanto “cose da milanesi”). In questi giorni ho letto sul Corriere un articolo di un pediatra, che smonta passo passo le teorie di mia nonna (e peccato che ormai non sia più qui per aggiornarla…)

punto primo: la questione delle tre ore tra pasto e bagno è una cavolata pazzesca! Nel nostro caso (mio e di mia cugina, che venivamo al mare con le rispettive nonne che erano sorelle, perciò formate alla stessa inflessibile scuola), dovevano passare tre ore tra l’aver annusato un pezzetto di focaccia e il mettere un alluce in acqua. TRE ore, controllate al minuto, non cinque minuti di meno. Il bagno durava 20 minuti, anche quelli controllati al cronometro. Se mai 19, ma mai 21.

punto secondo: si può stare in spiaggia anche tra le 12 e le 16, non viene l’olocausto nucleare a scottarvi la punta del nasino. Anzi, sembra che i bambini così facendo possano aumentare la scorta della benefica vitamina D. Tra una ventina d’anni, alle prime avvisaglie di osteoporosi, ripenserò a quando mi trascinavano via dalle 12 alle 15.30, per di più con obbligo di pennica, che tanto non riuscivo mai a fare perchè odiavo dormire di pomeriggio.

punto terzo: il fularino da contadinotta sempre in testa manco ci fosse attaccato con l’attak, sempre, anche in acqua. Dice serafico il pediatra che ha scritto l’articolo: se il bambino può bagnarsi quando vuole, si rinfresca autonomamente, perciò il cappellino è inutile. Eh, appunto.

E quel che è peggio, è che mi sa che non riuscirò mai a liberarmi da questi condizionamenti. I traumi infantili sono altri, sono d’accordo, però tant’è…

Nella foto, la mia prossima reincarnazione:

Annunci