Questo post partecipa (con ignominia) al concorso indetto dal Cavoletto di Bruxelles.
Tanto tanto tempo fa, quando la great cholesterol swindle non era ancora stata creata e alle bambine in crescita si poteva far far merenda con l’uovo sbattuto con lo zucchero, poteva capitare che la nonna a pranzo preparasse un nodino così: prendeva un nodino (di maiale o di vitello), lo infarinava ben bene, lo salava e lo metteva in  padella, col burro, ovviamente, perchè

1 – come già detto, il colesterolo non era ancora noto ai più

2 – mia nonna era decisamente milanese e noi lumbard si usa il burro.

Forse metteva un goccino di brodo, forse era per magia, fatto sta che il nodino si esprimeva in un sughino delizioso, denso per via della farina e saporito. Sarebbe bastato lasciarlo così, ma mia nonna, non paga del risultato, lo toglieva dal caldino della padella e gli preparava una copertina, sotto forma di una frittata aromatizzata con un po’ di prezzemolo tritato (e fritta, manco a dirlo, nel burro). Il nodino veniva coperto con la frittata, insalamato ben bene con il filo da imbastire nel caso avesse voluto manifestare velleità di fuga, e rimesso in padella. Quando la frittata e il nodino avevano fatto amicizia, e la carne era ben cotta in un trionfo di sughino, il duo nodino-frittata veniva liberato dalla gabbia di filo da imbastire, e il piatto era pronto.
Mia nonna è morta quando avevo 17 anni, quando la tensione di rottura fra la sua educazione prussiana e la mia ribellione adolescenziale era al massimo. Non ho mai manifestato precoci velleità culinare (nemmeno tardive, devo dire, sono semplicemente incapace), ma allora di certo non mi interessavo minimamente di cosa succedesse tra i fornelli, che erano per me simbolo di un destino di casalinghitudine che rifiutavo con tutte le mie forze. Per questo la ricetta è vaga e imprecisa. In ogni caso è un mio ricordo culinario di infanzia, ed una specie di lettera di scuse a mia nonna, dopo più di 20 anni, per non esserci mai capite.

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