Gran Canaria. Se non vedo i canarini qui voglio il rimborso. Oggi si fa il giro panoramico dell’isola, poco o niente scarpinamento.

Oggi tour di Gran Canaria.
A dirla tutta, la guida non ci ispira moltissimo, ha la voce un po’ impastata e ripete un po’ la lezione a memoria. Il giro in pullmann dell’isola parte da Las Palmas, una cittadina di 400000 abitanti che somiglia un po’ ad una versione espansa di Corso Italia a Genova, solo più cementificata. Andiamo subito a Maspalomas, un posto dove c’è un faro, un centro commerciale e una splendida distesa di dune da fare invidia al Sahara. Quando ci ritroviamo da soli sulle dune perchè il resto della comitiva ha preferito il centro commerciale, ci viene già un sospetto. Il sospetto si conferma quando al primissimo tornante di una normalissima strada di montagna che ci deve portare dal livello del mare a 1800m per vedere i canyon dell’interno e la parte nord dell’isola, più verde e umida di quella sud, si sente un coro di strilli dalle retrovie del pullmann di gente in panico che ha paura (PAURA) a fare quella strada e dice che non è adatta a dei turisti. Persino la nostra flemmatica guida si risente, l’autista sente messa in dubbio la sua capacità di guida e la sottoscritta si inferocisce e sbotta in un “bè adesso piantiamola santo iddio”. Inaspettatamente le galline starnazzanti si zittiscono e possiamo proseguire, soltanto sentendo sbuffi da mantice ad ogni curva un po’ più stretta. Barbotto ancora per un quarto d’ora sul fatto che certa gente se ha paura della sua ombra dovrebbe stare a casa con le tapparelle abbassate, poi mi godo lo spettacolo dei canyon, che sembrano un po’ quelli dei film americani. Ogni tanto nel secco generale c’è un’oasi con palme da dattero (ma non buono da mangiare, dice la guida), e vediamo l’unica microcascatella delle Canarie dovuta al fatto che tre giorni fa è piovuto, cosa tanto rara che l’hanno detto al tg. Scolliniamo a 1800m dopo aver visto un monolito che è simbolo dell’isola, e la punta del Teide, il monte più alto di Tenerife (l’isola vicina) con una spruzzatina di neve, e pranziamo. Finalmente scopro un piatto tipico che sono le patas arrugadas, patate a vapore cotte con la buccia, con una salsa a base di aglio. Sono patate novelle perchè si raccolgono tre volte l’anno, perciò andrebbero mangiate con la buccia, ma naturalmente qualcuno schifato che le sbuccia c’è (sigh). Una delle cose che mi manca in questo viaggio è mangiare le cose del posto (anche se probabilmente in Marocco mi sono stroncata l’intestino per quello). Ho l’impressione di non avere un vero contatto con il posto, perchè non sento locali parlare la lingua, non mangio i cibi tipici, non leggo cartelli, mi sembra di vivere in una bolla italian-buzzicona che non mi piace e non mi fa sentire davvero in viaggio. Poi insomma sono proprio stufa di sentire sempre il ritornello che come si mangia in Italia non si mangia da nessuna parte, detto da gente che è capace di prendere gli spaghetti in Marocco e lamentarsi che sono scotti.
Scollinato e mangiato, vediamo un paio di villaggetti niente di che, uno dei quali ha una specie di copia della Sagrada Familia (fatta cioè da un allievo di Gaudì) che sembra essere la chiesa più bella dell’isola. Diciamo che la parte migliore dell’isola sono i canyon e il paesaggio del centro, dei villaggetti non si può dire niente di che e men che meno di Las Palmas.
Tornati sulla nave scopriamo con gioia che il trekking nel parco di Garajonay di domani si farà, cosa che ormai dato l’andazzo generale ci sembra un mezzo miracolo, ceniamo e a dormire.
NB la guida dice che canarini è possibile che non ne vedrò: l’uso dei pesticidi ha fatto sì che se ne siano tornati in Africa, ne resiste qualcuno solo in montagna ma sono rari. Mi spiace da matti.

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