Katakolon è il nome del porto, ma il sito interessante nelle vicinanze è Olimpia. Abbiamo solo un pomeriggio per visitarla, d’altronde questo è un problema classico delle crociere: si vedono tante cose, ma veramente a volo d’uccello. D’altronde dubito che quando ci ho fatto la gita con la scuola in quinta superiore la situazione fosse diversa. Certo, allora c’erano quelle del classico che si muovevano tra le rovine come se fossero a casa loro, e ti raccontavano con condiscendenza la rava e la fava di ogni tizio citato su ogni sasso (e questa almeno stavolta la scampiamo, eh?)

Stamattina passiamo di fianco ad un’altra isola mitica per ogni studente: Zacinto. Me l’aspettavo piccina, invece è una bella isolotta, purtroppo immersa nella foschia. Si recita la poesia e si passa oltre.
Arriviamo a Katakolon, da cui andiamo agli scavi archeologici e al museo di Olimpia. Vedere dal vivo opere che abbiamo studiato sui libri di storia dell’arte è impressionante e coinvolgente, e i nomi di Prassitele e Fidia riemergono dai ricordi delle superiori, depurati dalla noia che ci comunicavano all’epoca: qui sembrano vivi e vegeti, e le statue sembrano parlarci. Ci sono inoltre splendidi elmi e fregi in bronzo, e una vetrina piena di vasi di vetro del sesto secolo avanti Cristo che sono ancora lì intatti alla faccia dei miei bicchieri di cucina che ogni tanto saltano. Gli scavi di Olimpia sono in realtà anche il luogo dove viene accesa la fiamma olimpica, secondo la tradizione, e da cui parte per Atene e da lì per la città che ospita l’evento. Torniamo alla nave al tramonto, e finalmente la osserviamo da fuori in tutta la sua imponenza. Anche da fotografare è difficilissima. A bordo le autorità israeliane che hanno avuto due giorni di tempo per digerirci ed informarsi anche su quanti capelli abbiamo in testa ci restituiscono finalmente il passaporto che ci hanno preso alla partenza.

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