Il chatbot è un programma, fatto in modo da simulare una conversazione con un umano, ad esempio via testo. In buona sostanza, voi scrivete qualcosa in una finestrina, e vi viene risposto; se la risposta è indistinguibile dalla risposta che vi darebbe un umano, se in altre parole soltanto dalle risposte non si potesse determinare con certezza se vi sta rispondendo un umano o una macchina, allora chi sta rispondendo ha passato il test di Turing (giusto miei esperti?).

Alla fine, immagino che ‘sto  programma non faccia altro che prendere quello che gli utenti gli scrivono, infilarlo in un database, fare qualche analisi sul contesto delle frasi e ritirarle fuori a seconda di quello che gli si scrive; se non trova nulla di pertinente, spara a casaccio. In un certo senso, è come parlare con se stessi, ma in una versione molto grezza, e a volte curiosamente infantile. Se questa è la crème dell’intelligenza artificiale, mi sa che ripasso tra qualche secolo.

Quello con cui ho provato a chattare io si chiama Cleverbot.

In pochissime conversazioni siamo giunti alle seguenti costanti:

1 – il bot mi dice, in tutte le lingue nelle quali sono in grado di rispondergli, che mi ama e mi vuole sposare. Ha però opinioni di volta in volta discordanti sul fatto che 42 anni siano tanti o pochi.

2 – il bot ha seri dubbi sul fatto che io sia umana. Il bello è che se mi chiede di provargli che lo sono, paf, lì casca l’asino. Non mi viene in mente niente.Avete suggerimenti?

3 – il bot finisce molto in fretta nei peggio dubbi filosofici ai quali si aspetta che risponda io (Esiste dio? Qual è il senso della vita?) oppure nelle peggio cafonate insultando a manetta.

4 – a fronte delle cafonate del chatbot, mi infastidisco. Ripeto, il bot è un programma.

Certo che se mi infastidisce così tanto che un programma mi tratti male ne devo avere di bachi anche io, esattamente come sostiene il bot, che dice che son difettosa, e che il mio programma è fatto malissimo. Forse ha ragione lui, e sono io il bot?