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guac_tortilla

Ecco il tentativo di questa sera…la guacamole con la tortilla.


In questo periodo abbiamo la fissa dell’avocado, perciò stavolta ho provato a fare una sottospecie di guacamole con una sottospecie di tortilla.


Quando ero piccola, e giravano i primi avocadi, avevamo provato a prenderne uno, ed essendo un frutto abbiamo pensato di mangiarlo come frutta…blergh! Come frutta l’avocado è proprio insensato. Usato come ..boh..condimento…invece è molto buono. Mi dicono essere aumentato di prezzo ultimamente, ma dato che non l’ho mai considerato prima, non me ne posso accorgere.


Buon appetito!

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non penserete mica che faccia la fame, vero? 😉

..o le cose giapponesi per quando si ha lo stomaco inverso.

Dato che Viviana mi ha chiesto di scrivere una ricetta orientale, vi ammannisco questa, presa dal libro “Japanese cooking: a simple art” di Shizuo Tsuji.

Ci vuole

una tazza di riso a grano corto (non il Carnaroli, per intenderci), lavato

sette tazze d’acqua (o 10, o 15, dipende da quanto ci volete mettere a farlo)

un cucchiaino di sale

Mettete il riso e le sette tazze d’acqua in una grossa pentola, portate velocemente a bollore a fuoco alto. Riducete il fuoco a basso e cuocete senza mescolare finchè il riso è molto morbido e si è formato un pappone denso. Per una persona, ci vogliono almeno 40 minuti. Mescolate soltanto alla fine, quando aggiungerete il sale. Aggiungete delle umeboshi al centro, e servite all’ammalato.

Scappate prima che l’ammalato possa tirarvi la ciotola in testa.

Scherzi a parte, questo pappo o una variazione sul tema del “risino mollo” che mi facevano la nonna e a volte la zia Vige è l’unica cosa che ritengo mangiabile quando sono inversa di stomaco.

…e mica perchè, come dicono, “mani fredde, cuore caldo”. Del cuore caldo, chissenefrega, basta che non perda i colpi (si sto proprio parlando con te caro pezzo di muscolo che mi stai dentro. La sincope la volevo studiare a musica, e basta).

Avere le mani fredde è una buona cosa quando si ha a che fare con impasti tenuti insieme solo dal burro, così non si squagliano maneggiandolo. Con il panettiere che ha appeso alla saracinesca il desolante cartello “riapertura il 4 marzo 2013” qui si cerca di arrangiarsi. Ecco perchè ho provato a fare i baci di dama.

La ricetta è molto semplice: nocciole tritate, zucchero, farina e burro a tocchetti, tutto nel medesimo quantitativo. Io ho fatto un etto di tutto.

Si frulla il tutto ben bene e poi si mette il panetto così ottenuto nella pellicola e in frigorifero (magari non 4 ore quanto ce l’ho lasciato io, è diventato un mattonazzo che avrebbe rotto una piastrella in caso di caduta). Deve però essere freddo.

Una volta tolto dal frigo si fanno le classiche palline sulla carta forno (ed è qui che servono le mani fredde), poi si infornano a 130°C per dieci minuti/un quarto d’ora. Fate attenzione, devono essere abbastanza chiare quando le tirate fuori, e sembra sia meglio tirarle fuori poco cotte che troppo cotte.

Si lasciano raffreddare completamente con molta calma, poi si scioglie a bagnomaria abbondante cioccolato fondente e si usa come collante di due biscottini, ottenendo la ben nota formina del bacio di dama.Quelli del panettiere erano più buoni ma forse mi è scappata troppo la cottura, sono un po’ più duretti. In ogni caso adesso che so quanto burro c’è dentro non vanno più giù come le ciliegie, non so perchè…

P.S.: chiedo scusa per la latitanza ma mi sa che durerà ancora un po’. Pardon!

Postilla: al secondo giro ho imparato che i suddetti biscottelli vanno cotti in forno già caldo a 130°C per 10 minuti e tirati fuori senza pietà, anche se quando ci mettete il dito per vedere se sono solidi vi ci rimane l’impronta: solidificheranno raffreddandosi. Finchè non sono freddi, non toccateli, perchè si sbriciolano con facilità impressionante.

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