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sulla strada del passo Crocedomini, l’anno scorso

 

Avendo abitato a Milano per i primi 30 anni della mia vita e avendo sempre passato le estati in Valtellina (salvo sporadiche incursioni marine in Liguria che però sono durate solo pochissimi anni), mi sono sempre chiesta che motivo avessero i valtellinesi per odiare i turisti. In fondo, come si dice, gli portavamo soldi in un territorio altrimenti un po’ depresso; inoltre, se avessimo replicato la stessa logica, tutti i valtellinesi che venivano a fare l’università o lavorare a Milano avrebbero dovuto essere bersaglio dello stesso odio (e non ne ho mai vista traccia).

Poi, la vita ti fa degli scherzetti, e sono finita a vivere nello stesso paesino della Liguria in cui passavo un paio di settimane di mare con la nonna quando ero alle medie, e ho capito che i valtellinesi si lamentavano per niente: il turista marino è infinitamente peggiore di quello che va in montagna.

Per carità, ci saranno turisti marini educati, che non ti parcheggiano sul carrabile del box, non strillano fino a notte, in sintesi che non pensano di essere padroni del paesino che hanno colonizzato, così come esistono quelli che in montagna ti arrotano con la mountain bike sui sentieri (e la tentazione del calcio alla ruota è fortissima). In generale, per la mia esperienza, la crescente arroganza e la beceraggine (becereria? Come si dice?) di chi viene al mare qua sono motivo più che sufficiente a spiegare quell’odio che da bambina non capivo.

Mi illudo che questa consapevolezza mi faccia diventare una turista più attenta e rispettosa delle persone che vivono nella località dove passo le vacanze (in montagna o per giri motociclistici, mi impicco se faccio le vacanze al mare 😀 ).

Detto questo, tra una settimana sarò nella casetta in Valtellina, svaccata in giardino con un libro, e non vedo l’ora. Mi perdonino i valtellinesi se vado a fare la turista da loro; sto brava e non disturbo, prometto.

 

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Ecco il tentativo di questa sera…la guacamole con la tortilla.


In questo periodo abbiamo la fissa dell’avocado, perciò stavolta ho provato a fare una sottospecie di guacamole con una sottospecie di tortilla.


Quando ero piccola, e giravano i primi avocadi, avevamo provato a prenderne uno, ed essendo un frutto abbiamo pensato di mangiarlo come frutta…blergh! Come frutta l’avocado è proprio insensato. Usato come ..boh..condimento…invece è molto buono. Mi dicono essere aumentato di prezzo ultimamente, ma dato che non l’ho mai considerato prima, non me ne posso accorgere.


Buon appetito!

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non penserete mica che faccia la fame, vero? 😉


Non ho capito tanto bene perchè il fiore della festa della donna debba essere la mimosa. Leggo su Wikipedia che è stata Teresa Mattei a proporlo, e avrà avuto le sue buone ragioni. In effetti qui in Liguria ci sono diversi alberi sparsi qua e là, che nel mese di febbraio quando ancora la natura sta dormendo esplodono in una nuvola gialla impalpabile, sotto alla quale sembra di essere in un luogo incantato. Teresa Mattei era di Genova, perciò avrà ben avuto presente la bellezza dell’albero di mimosa.

La mimosa però è fragile, il fiore delicatissimo, e le temperature rigide possono provocare la morte dell’albero; la bellezza inscindibile dalla fragilità non mi sembra un buon augurio.

Vorrei perciò per la festa della donna poter pensare ad un altro albero: la ceiba.

La ceiba speciosa è una pianta tropicale, in Italia ne esistono alcuni esemplari, di cui uno miseramente incastrato tra due gabbiotti di ferro nell’area di un benzinaio a Chiavari. La ceiba si protegge dai predatori mediante innumerevoli spine triangolari che costellano il suo tronco forte; i tessuti alla base del fusto sono n grado di trattenere l’acqua, e passare così anche inverni secchi senza danno. I suoi fiori sono colorati, grandi e assomigliano a dei gigli, e producono una lanugine che si può usare per imbottitura (il kapok viene da una varietà di ceiba). La ceiba di Chiavari resiste indomita tra i suoi due gabbiotti di ferro, e quando è stagione si copre di fiori bellissimi, tra l’indifferenza e anche un po’ il fastidio del benzinaio.

Augurerei perciò in questa occasione le spine per difendersi e la capacità, nonostante tutto, di fiorire e dare frutto utile, e la forza, insomma, della ceiba, non la fragilità della mimosa.

Per Sabrina.

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